domenica 28 giugno 2009

Biodiversità in campagna: le rive, i salici capitozzati e l'osmoderma eremita, un connubio in via d'estinzione.

Un salice bianco capitozzato. Foto di Andrea Mangoni.
Da secoli, fin dal tempo degli antichi Romani, il paesaggio agreste del veneziano è stato caratterizzato da un'entità ben precisa, quella delle "rive": lunghe alberature regolari, costituite principalmente da essenze autoctone, disposte lungo i corsi d'acqua minori (a volte anche temporanei). Le rive erano formate da piante locali, principalmente salici, olmi, ontani, aceri; di tanto in tanto si trovavano sparute farnie, e poi ancora pioppi, platani e robinie. In seguito comparve il gelso, utilizzato nelle alberature perchè grazie ad esso le famiglie contadine potevano praticare la bachicoltura, integrando così il reddito familiare coi proventi derivanti dall'allevamento del bombice della seta.
Una delle principali caratteristiche di questo tipo di coltivazione arborea era costituito dalla ceduazione periodica degli alberi, o meglio, dalla capitozzatura. Di cosa si tratta, per dirlo con le parole di Christopher Brickell:
"La capitozzatura consiste in una potatura drastica di tutta la parte aerea, lasciando spuntare dai monconi i rami sottili che formano una chioma tondeggiante. Alcuni salici vengono capitozzati o ceduati (cioè tagliati alla base) per indurli ad emettere nuovi getti molto colorati. Gli alberi sottoposti a ceduazione sono appropriati ad una sistemazione paesaggistica o informale, come un giardino a bosco, o lungo le rive di un laghetto" (da RHS - Encyclopedia of Gardening).
Insomma, i salici, i pioppi e le altre essenze sottoposte a capitozzatura venivano drasticamente potati, con cicli di 4-7 anni, allo scopo di ottenere sempre nuovi getti e nuovi rami che fornissero la materia perima per la produzione di paleria ed utensili di vario genere, a seconda delle essenze specifiche. Ad esempio, la sanguinella (Cornus sanguinea), chiamata localmente sàndane, era tagliata annualmente a livello del suolo per ottenere getti indirizzati specificatamente alla produzione di scope, mentre dall'acero (Acer campestre), conosciuto col nome locale di ùppio, si ottenevano robusti manici per attrezzi agricoli. I vari salici, o selgàri, erano invece usati per ottenere palerie, per la legna da ardere, ma anche per la produzione di stròpe e stropèi, ovverosia rami lunghi e flessibili che potevano essere usati come legacci per le vigne o anche per la costruzione di cesti intrecciati.
Insomma, una vera e propria arte contadina volta ad ottenere, dalla campagna, il massimo profitto. Certo, oggi gli appassionati di giardinaggio e gli amanti delle piante, in genere, rifiuterebbero, per tutta una serie di ottimi motivi, l'idea di capitozzare un albero, esponendolo a tutta una serie di danni e pericoli; però...
Una caratteristica riva. Foto di Andrea Mangoni.Già, c'è un però. E anche piuttosto grande. Gli alberi delle rive, capitozzati per decenni, finivano per divenire dei veri mostri arborei, creature dai grandi tronchi contorti e ingrossati, ricchi di infinite cavità, che allungavano i rami sottili verso il cielo quasi fossero tante piccole idre mitologiche. E, proprio grazie a quelle cavità del loro tronco, che apparivano di volta in volta come fauci spalancate o orbite vuote, essi diventavano uno dei più preziosi doni dei contadini di un tempo alla biodiversità locale.
Immaginate infatti cosa dovevano apparire agli animali selvatici le rive capitozzate, in una campagna priva di boschi od altre comunità arboree naturali: foreste in miniatura, con anfratti e pertugi in cui nascondersi, procreare e compiere il proprio ciclo vitale. Nei grovigli dei giovani rami nidificavano merli e capinere, i tronchi cavi diventavano nido per cinciallegre e passere mattugie, i picchi tamburellavano i corpi globosi degli alberi alla ricerca di insetti, i moscardini potevano farvi il nido... e così via, centinaia di specie trovavano in queste piante un habitat ideale per la propria sopravvivenza.
E mentre alcuni animali utilizzavano queste piante solo in un determinato momento della propria vita, altri invece erano ad essi legati a doppia mandata per tutta la durata del loro ciclo vitale. Tra questi moltissimi insetti, anche xilofagi (cioè mangiatori del legno); ma la specie che forse più di ogni altra simboleggia la grande importanza delle comunità biologiche che circondavano questi alberi era lo scarabeo eremita (Osmoderma eremita).
Lo scarabeo eremita, un cetonide trichino, deve il suo nome proprio al fatto di avere eletto come suo peculiare habitat le cavità dei grandi alberi maturi. Tutta la sua vita infatti vi avviene all'interno: le larve si nutrono dei detriti organici che vi si accumulano, dal legno marcio alle foglie morte, e gli adulti spesso non si spostano dal tronco in cui sono nati, continuando così per generazioni ad abitare la stessa cavità.
Lungo fino a 3 cm, nero lucente, con un penetrante odore caratteristico, questo coleottero depone le sue uova in questa stagione, e le larve melolontoidi che ne nascono si nutrono del detrito organico per due o tre anni, per impuparsi quindi in autunno e dar vita, con l'arrivo dellatarda primavera, ad una nuova generazione di coleotteri. E' una specie legata in particolar modo alla quercia, ma la scomparsa dei boschi planiziali l'aveva costretta a cercare rifugio proprio nelle rive, dove abbondano gli alberi dotati di cavità adatte alle sue esigenze. Infatti, mentre una quercia impiega fino ad 80 anni per accrescersi tanto da poter ospitare una colonia di questi animali, un salice, un tiglio od un pioppo capitozzato ne impiegano "appena" 30 o 40.
Ma questo è il guaio: oggigiorno, le vecchie pratiche agricole vengono considerate obsolete, le tradizioni si perdono, e con esse vengono in molti casi a scomparire le rive. Non più necessarie alla sopravvivenza familiare, vengono abbandonate se non addirittura eliminate. E con esse finisce con lo scomparire tutto quel mondo di creature che le rive sostentavano, rendendo la nostra campagna più ricca e più bella. Ad esempio, lo scarabeo eremita è diventato sempre più raro, tanto da essere stato incluso nella Direttiva Habitat, legge europea che si occupa di salvaguardare piante ed animali autoctoni. Per cui non posso che lanciare un appello: non lasciate morire le vostre rive! Curatele, mantenetele, piantate nuovi alberi: farete qualcosa di estremamente concreto ed utile per la salvaguardia della biodiversità del nostro Paese.

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Maggiori informazioni su Lucanidi e Scarabeidi:

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Femmina di Osmoderma eremita. Foto di Andrea Mangoni.

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